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Opuscolo
pubblicato nel mese di aprile del 2006 dalla Parrocchia, in occasione
del centenario dell'eruzione vesuviana del mese di aprile 1906.
"Quando
l'ignea lava fluiva orrenda....."
Curatori
Angelandrea
Casale - Ennio Gallo
Disegni
Giuseppe
Sorrentino

Lapide
marmorea commemorativa dell'eruzione del 1906, posta sulla
facciata della chiesa parrocchiale dell'Immacolata Concezione.
Per
riconoscenza della grazia ottenuta
In occasione del centenario dell’eruzione vesuviana
dell'aprile 1906, desideriamo, come comunità parrocchiale,
esprimere la nostra gratitudine a Maria SS. del Carmine, per
aver accordato alla comunità boschese di superare incolume
il terribile pericolo dell’emissione lavica e delle
nubi di cenere e lapillo che allora fuoriuscirono da vecchie
fratture eruttive e dalla bocca del vulcano. Il parroco di
allora, Mons. Alfonso Maria Vitelli, volle che i posteri serbassero
memoria di tale prodigioso evento, deponendo all’ingresso
della Chiesa una lapide marmorea come segno visibile e perpetuo
di riconoscenza.
La Vergine Maria aveva già soccorso il popolo boschese,
quando, nell’eruzione del 1754, bloccava il torrente
di fuoco all’altezza del Vico Lava, oggi Via Enrico
Messalli. Perciò, avendo confermato la Sua materna
intercessione nel 1906, non possiamo che esprimere la nostra
speranza che Ella guardi sempre con occhio benevolo questa
comunità di suoi figli devoti. Tanti, ancora oggi,
possono essere i motivi per ricorrere a Lei: per chiedere
grazie, per sperimentare il suo amore di Madre, per implorare
che questa terra di fuoco, su cui abitiamo e abbiamo messo
radici, si trasformi nel giardino di Dio (carmì el,
Carmelo).
Continuiamo, dunque, il nostro fiducioso dialogo con Lei all’insegna
dell’ attesa: frutto maturo di una viva memoria, perché
esserle vicino con il ricordo non può che incoraggiarci
nel cammino del tempo presente.
don
Alessandro Valentino
Madonna
del Carmine, edicola votiva, sec. XIX, via G. della Rocca
535, Boscoreale.
L'eruzione
vista da Boscoreale. Il pino vulcanico si eleva a circa 4.000
metri d'altezza (da cartolina d'epoca).
La
creazione di Dio e le calamità naturali
L’uomo
in età di ragione e aperto a un cammino di fede non
può evitare di cogliere l’intima contraddizione
tra l’esperienza di un Dio, Padre e creatore buono di
tutte le cose, e il male che dilaga nel mondo.
Durante la Shoah milioni di ebrei sono morti nei
campi di sterminio. Senza nulla togliere al dramma di quei
martiri, come nel caso dei genocidi e degli stermini di massa,
delle guerre fratricide e delle lotte fra i clan, si può
trovare una spiegazione razionale (anche se non del tutto!)
del male, attribuendolo alla mente offuscata di uno o più
uomini con mire espansionistiche o a delle ideologie malsane.
Ma nel caso delle calamità naturali qual'è la
spiegazione capace di soddisfare la ragione e la fede? Se
il mondo viene da Dio, e Dio è buono, da dove viene
il male?
Queste domande assumono un tono maggiore proprio nei giorni
in cui ci avviciniamo alle celebrazioni che a Boscoreale e
nei comuni vicini ricorderemo l’eruzione vesuviana dell’aprile
1906. «Maria SS. del Carmine protesse e serbò
incolume Boscoreale supplice e fiduciosa nel suo patrocinio»
così recita la lapide marmorea posta alla sinistra
dell’ingresso principale della parrocchia. Di questo
miracolo saremo sempre riconoscenti a Dio e alla Vergine.
La nostra domanda si estende, però, alle sorti degli
altri che, nella stessa, occasione, invocarono l’aiuto
di Dio eppure caddero sotto i lapilli o le ceneri e di altri
ancora che, in epoche più vicine alla nostra, sono
stati spazzati via, nel giro di pochi minuti, da maree impietose,
battezzate poi col nome di Tsunami. Erano tutti peccatori
perciò meritevoli di una punizione divina? Non credo.
Chi li avrebbe puniti, quel Dio che, nella fede, professiamo
Padre buono? La domanda non è oziosa e ha impegnato
i più noti pensatori di ogni epoca e di ogni cul-tura:
da Giobbe nelle Sacre Scritture a Spinosa e a Leibniz nel
600’, per citarne solo alcuni.
Affermazioni dal senso profondo si sono alternate ad altre
di segno opposto e, col passare degli anni, si sono versati
fiumi d’inchiostro sull’argomento. Ma le ragioni
della mente e del cuore non sono state appagate.
Non so se vi sia un senso nella sofferenza e nel dolore. So,
invece, che dalla stoltezza della croce tutti abbiamo ricevuto
grazia su grazia. Chi più di Cristo inchiodato alla
croce potrebbe lamentare le tristi sorti dell’umanità.
Ma Egli non l’ha fatto e, come vittima innocente, si
è immolato per il bene di tutti. Se c’è,
dunque, un fine in tutto ciò che si compie, Cristo,
sulla croce, ha guardato alla salvezza. Così è
per il mondo creato da Dio, affidato all’uomo, governato
dal disegno della provvidenza che non è un controllo
meccanico di Dio sulla natura ma è la sua continua
sollecitudine per la salvezza dell’uomo. L’uomo,
però, a diversi livelli, è invitato da Dio a
partecipare a questo progetto salvifico, e cerca in ciascuno
di noi dei collaboratori. La sofferenza e la morte assumono
un senso solo se umilmente affiancati alla sofferenza e alla
morte di Cristo sulla croce perché così è
stata guadagnata la salvezza al mondo intero. L’8 aprile
1906, quando l’ignea lava fluiva orrenda, ricorreva
proprio la domenica delle palme, che si aprì comunque
alle ce-lebrazioni della settimana santa. Ma il venerdì
santo, giorno della morte di Cristo, non è l’ultima
parola, è solo una tappa verso la risurrezione.
Se i fedeli di Boscoreale, nel 1906, elevarono a Dio le proprie
suppliche per essere salvati dall’eruzione vesuviana
e furono esauditi, spero che oggi i figli dei loro figli sappiano
innalzare a Dio un grido di gratitudine e che la lapide posta
all’ingresso della parrocchia non sia un segno di riconoscenza
sterile ma possa portare ancora frutti per il futuro.
don Davide D’Avino
Notizie
sull’attuale eruzione del Vesuvio (aprile 1906)
(tratto da Rendiconti dell’Accademia di Scienze Fisiche
e Matematiche, Napoli, 1906)
...Nel pomeriggio del 4 Aprile si ebbe da Napoli il bellissimo
spettacolo del Vesuvio sormontato da un grande pino, che,
spiccando denso e nero sul cielo limpido e azzurro, si elevava
obliquamente a circa un migliaio di metri, per poi abbassarsi
gradatamente verso S.O.
Questo maestoso pino seguiva allo sprofondamento del conetto
terminale, verificatosi verso le 15, dopo che da una bocca,
apertasi tra le ore 5 e le 6 sul fianco S.E. del gran cono,
a 1200 m., era uscita una corrente di lava riversatasi verso
la casa Fiorenza. Così s’iniziò questa
interessante fase eruttiva, che richiamò subito l’attenzione
generale. La sera stessa verso le 23 a Napoli si avvertì
la caduta di sabbia nerastra, pesante. Il giorno 5 si aperse
un’altra bocca nella contrada Pedicino, a poco più
di 800 m., dalla quale scorreva minacciosa la lava verso Boscotrecase.
Il dì successivo, alle 8, si aprì una terza
bocca, a circa 600 m., presso Bosco Cognoli, allineata con
le due precedenti, in modo da farle ritenere, considerato
anche l’ordine cronologico della loro comparsa, come
appartenenti tutte e tre alla stessa spaccatura.
Quando alle 15 del 6 ci recammo sul posto, già da lontano
si vedevano due correnti di lava, provenienti da quest’ultima
bocca: una si dirigeva verso Oriente; l’altra, che aveva
il fronte verso Casa d’Aponte, aveva già invaso
le terre coltivate e distrutto qualche casa colonica. La lava
era a superficie scoriacea, e procedeva piuttosto lentamente,
ma un pò più in alto, verso Casarella, dove
il declivio era meno dolce, aveva una velocità maggiore,
che nel filone raggiungeva circa 5 metri al minuto primo.
Nel pomeriggio del giorno seguente ritornammo a Boscotrecase.
La lava era arrivata tra il Cimitero e i Cellari d’Argano;
sicchè nelle ventiquattr’ore aveva percorso due
kilometri, dirigendosi sempre verso l’abitato di Boscotrecase,
dal quale allora distava circa un mezzo kilometro. La lava
era divisa in due rami : uno orientale, l’altro occidentale.
Quest’ultimo alla fronte aveva un movimento quasi 8impercettibile,
tradito solo dal rotolare di qualche scoria; anche il dinamismo
del cratere centrale, per quello che lì si poteva sentire
e vedere, sembrava molto diminuito, sicchè pel momento
pareva allontanato il pericolo da Bosco. Però verso
le 20 si notavano al cratere centrale violente ed altissime
esplosioni, che lanciavano grossi projetti infocati con direzione
per lo più leggermente inclinata a N.E. Il maggior
numero di questi massi ricadeva con sordo rumore sulla parte
più elevata del cono, rendendolo incandescente; altri,
spinti più lontano, rimbalzavano sui fianchi del gran
cono, specialmente verso N.E. Nel tornare a Napoli continuavamo
a sentire scoppii sempre più forti e numerosi, e di
tanto in tanto, attraverso le nubi, che, dense e solcate da
frequenti e grandiose scariche elettriche, coronavano il vulcano,
potevamo scorgere il cratere terminale attivissimo. Evidentemente
si preparavano fenomeni anche più imponenti. Infatti
in quella notte disastrosa fra il 7 e l’8 si aprì,
verso le 22, una quarta bocca un pò più bassa
e a S.E. di quella del Bosco Cognoli, che emise lava, non
ancora del tutto ferma, in direzione di Terzigno; nuova lava
invase Boscotrecase, spingendosi fino a breve distanza dal
Cimitero di Torre Annunziata; e alle 23 piovvero sabbie e
più tardi abbondantissimi lapilli, i quali rovinarono
in gran parte Ottajano e S. Giuseppe, che si trovano a N.E.
del cratere, nella direzione appunto verso in cui avevamo
visto la sera rivolgersi il getto dei projetti incandescenti.
A Napoli la notte dal 7 all’8 si avvertirono degli scoppii
fortissimi e qualche leggera scossa di terremoto. La mattina
dell’8 la cima del Vesuvio si vide sormontata da un
grandioso pino scurissimo, nel quale guizzavano i lampi con
straordinaria frequenza; poi le nubi allargandosi nascosero
completamente il vulcano; ma al di sopra di esse, molto in
alto, per lo meno a 4 mila metri, si vedeva ancora la cima
del pino a cavolfiore. La cenere poi, che dalla notte del
4 continuava a cadere ad intervalli su Napoli e buona parte
della Campania, dal giorno 8 divenne ancora più abbondante
e più fina e di color rossiccio. Notammo anche che,
qualche volta, quando era caduta assieme a poche gocce di
pioggia si riuniva in globetti come piccolissime pisoliti.
La mattina del 9, quando per un fresco vento del Nord si potè
fugacemente intravedere il Vesuvio, la sua cima apparve molto
più slargata e più bassa.
Boscotrecase,
piazza Sant'Anna invasa da due colate laviche (da cartolina
d'epoca).
Torre
Annunziata, una casa colonica circondata dalla lava (da cartolina
d'epoca).
Vi
era stato dunque un notevole sprofondamento del cono, probabilmente
dopo l’emissione delle lave arrivate fino a Torre; ed
erano le materie franate, ridotte in polvere per effetto delle
violente sfuggite degli aeriformi, che costituivano le ceneri
cadenti in tanta abbondanza. E che sia questa, almeno in parte,
l’origine di esse, lo prova anche il loro colore, il
quale in quelle emesse prima era nericcio, come i materiali
del conetto eruttivo franato prima, e in quelle cadute dopo
era rossiccio, come i materiali profondi antichi ed alterati
del vecchio cratere sprofondato dopo. In favore di tale spiegazione
milita pure la relativa scarsezza di sostanza vetrosa, rilevata
dal microscopio in queste ceneri, che naturalmente dovrebbe
essere più abbondante se risultassero dalla polverizzazione
del magma coevo.
Il giorno 9, col treno delle 13,10, insieme ai socii Bakunin
e Oglialoro, al prof. Lugeon di Losanna e ai dottori Abati,
Amato e Kernot, ci recammo a Torre Annunziata. Tra Portici
e Torre del Greco attraversammo la nube di cenere, che radeva
il fianco S.O. del vulcano. Dapprima ci trovammo immersi in
un polverio fittissimo paragonabile ai densi nebbioni dei
paesi nordici; poi, mano a mano che il treno c’internava
nella nube, l’oscurità si faceva maggiore, finchè
divenne assoluta, al punto che si sarebbe potuto credere di
essere in una galleria; poi l’oscurità andò
gradatamente diminuendo, finchè, uscendo dalla nube,
rivedemmo il sole e respirammo l’aria pura, mentre dianzi
essa, oltre che polverosa ed opaca, sentiva lievemente di
anidride solforosa. Nubi di cenere come questa, ma meno dense,
furono quelle che tanto spaventarono nei giorni appresso la
popolazione di Napoli e dei comuni vesuviani. Lungo la strada
ferrata notammo che il mare era torbido e pareva ribollisse
per la caduta della sabbia. Rilevammo l’altezza del
mare nel porto di Torre Annunziata in un punto ed ora determinata,
per poter poi, a suo tempo, tenendo conto delle debite circostanze,
stabilire se vi perdurasse - nel caso, probabile, che vi fosse
stato - qualche lieve sollevamento. Quindi ci recammo subito
a vedere la lava, che si era arrestata a poche decine di metri
dal Cimitero, dopo aver distrutto una prossima villa. Al fronte
questa lava era alta da due a tre metri, e sulla sua superficie,
frammentaria, si notavano delle fenditure, rivestite di sublimazioni,
che lasciavano trasparire la massa interna ancora rovente.
La
lava raggiunge il cimitero di Torre Annunziata, dopo aver
distrutto una villa sul confine con Boscotrecase (da cartolina
d'epoca).
Ottaviano
dopo la pioggia di lapillo e cenere (da cartolina d'epoca)
Di qui andammo a Boscotrecase, ove vedemmo che la lava aveva
devastato le ville Bifulco e De Siena, ed aveva invaso da
due lati il paese. La lava, essendo alta in qualche punto
più di 5 metri, era penetrata, oltre che nelle cantine
e nei pianterreni, perfino in qualche primo piano, bruciando
e facendo lesionare e crollare gli edifici invasi. Era stata
la corrente di lava da noi osservata la sera del 7 a poca
distanza da Boscotrecase, che la notte stessa aveva invaso
questo paese ed interrotto la ferrovia circumvesuviana, continuando
a scorrere fino alle prime case di Torre Annunziata, e dando
un ramo verso Torre Centrale.
Per ossevare poi quanto era avvenuto in Ottajano, il 13 ci
recammo a Somma con la circumvesuviana, appena allora riattivata,
e proseguimmo a piedi per Ottajano. Mano a mano che da Napoli
si procedeva, per le campagne devastate verso Oriente, il
lapillo caduto la notte dal 7 all’8, e poi ricoperto
dalla cenere degli ultimi giorni, si faceva più grosso
e più alto, finchè in Ottajano raggiungeva nei
luoghi aperti l’altezza di un metro circa. I lapilli
erano grossi in media un centimetro, ma molti erano più
grossi, e qualcuno aveva perfino le dimensioni di un’arancia.
Alcuni erano di lave antiche; altri, soprattutto i maggiori,
di lava coeva nera, pomiciosa e leggera. Dov’erano ancora
in posto, i detriti vulcanici caduti risultavano in basso
di sabbia, poi di lapilli, che si presentavano mano a mano
più grossi, e superiormente di cenere.
In buona parte degli edifizii di Ottajano i tetti erano crollati
sotto il peso dei lapilli, e spesso, cadendo, avevano col
loro peso e con quello dei lapilli prodotto il crollo delle
impalcature sottostanti fino al pianterreno, che era rimasto
riempito da tutti i rottami. Questi spesso, gravitando lateralmente
contro i muri, li avevano fatti crollare o incurvare o lesionare.
Queste stesse conseguenze erano state prodotte in alcuni casi
dalle estremità esterne dei travi spezzati, i quali
avevano agito come leve sui muri soprastanti, a causa del
peso riversatosi su di essi all’interno. Erano anche
frequentissime le lesioni di schiacciamento, prodotte da grande
e rapido aumento di peso dovuto ai lapilli. Molte altre lesioni
erano state causate dall’aumento della spinta laterale
dei travi dei tetti sui muri in seguito all’enorme sopraccarico
dei lapilli; mentre i muri di tompagno erano molto meno lesionati,
e non lo erano affatto i muri che non essendo destinati a
sostenere non avevano sopportato alcun rapido aumento di pressione,
nè le volte di sufficiente spessore. Non abbiamo osservato
lesioni che possano ripetere la loro causa da terremoti. Così
non rilevammo nè tracce di fulmini, nè di bruciature
prodotte da projetti infuocati. I superstiti non accennavano
a gas asfissianti, ma solo ad aria poco respirabile; ed i
cadaveri sono stati trovati infatti non per le vie, sotto
il lapillo, come in tal caso si sarebbe verificato, ma nelle
case, sotto le macerie. È dunque da ritenersi che non
vi sono stati nè forti terremoti, nè fulmini,
nè projetti infuocati, nè gas asfissianti; ma
che unicamente il lapillo ha prodotto il disastro di Ottajano.
Quasi tutti i vetri delle finestre erano rotti, e parecchi
presentavano dei piccoli fori netti, quali vengono prodotti
da projetti dotati di grande velocità; e dei vetri,
erano rotti a preferenza quelli delle facciate a N.E., anzichè
quelli di S.O., rivolti verso il Somma-Vesuvio. Il fatto si
spiega con la circostanza che nella notte fatale, come ci
fu confermato da alcuni superstiti, soffiava vento di N.E.,
che deve avere spinto i lapilli verso S.O., per lo meno nel
tratto discendente della loro parabola.
A S. Giuseppe Vesuviano il lapillo cadde meno abbondante;
perciò gli edifizi soffersero meno: il numero delle
vittime, notevolmente maggiore in paragone a quello di Ottajano,
è dipeso dal fatto, che molti abitanti si erano riuniti
a pregare nella chiesa, e rimasero seppelliti sotto le sue
rovine quando il tetto crollò.
Riassumendo, i fenomeni presentati in questi giorni dal Vesuvio
si sono succeduti così:
Il 4, spaccatura del gran cono e franamento del conetto terminale.
Il 4, 5, 6 e 7, efflussi lavici ed emissione di cenere. La
notte dal 7 all’8, acme dell’attività eruttiva,
con le terribili projezioni che hanno rovinato Ottajano e
S. Giuseppe, con la ingente uscita di lava che invase Boscotrecase
e arrivò a Torre Annunziata, e con lo sprofondamento
del cratere, seguito dalle abbondantissime emissioni di ceneri,
portate qua e là secondo il vento, e che tuttora continuano.
Napoli,
Istituto geologico dell’Università.
14 Aprile 1906
F. Bassani - A. Galdieri
A
completamento della descrizione dell’evento eruttivo,
riteniamo opportuno accennare a come si è presentata
l’eruzione osservata da altri punti di vista , senza
seguire tutte le fasi ma dando solo alcune descrizioni utili
a darne un’idea precisa.
Cronaca
dell’Eruzione vista dall’Osservatorio
Tutta
la montagna era un ammasso di fuoco e enormi massi ignei si
elevavano al cielo tra fragorosi boati e ricadevano sui fianchi
rotolando con cupo fragore; scariche elettriche si succedevano
a brevissimi intervalli, tanto da fulminare i fili conduttori
della tranvia elettrica,
Le famiglie dei custodi dell’Osservatorio e degli impiegati
della ferrovia elettrica Cook vennero sgombrati . Verso la
mezzanotte , aumentando il pericolo, venne abbandonato anche
l’ufficio telegrafico . L’osservatorio risultava
completamente sgombrato.
La funicolare Cook veniva distrutta da enormi massi rotolanti;
erano le quattro del mattino ,quando, in seguito ad un boato
formidabile, dall’Atrio del Cavallo si elevarono altissime
colonne di fuoco: si era sprofondato il cratere.
Intanto, dall’altro lato del Vesuvio, nella giornata
di domenica otto aprile, le lave giungevano presso Torre Annunziata.
L’Eruzione
vista da Pompei
Domenica
otto aprile,tragica giornata per Torre Annunziata. le lave
avevano raggiunto la via del Camposanto e si dirigevano verso
Pompei. .Dai portoni dei poderi fuggivano terrorizzati contadini
e proprietari con quel poco che era concesso di salvare in
quel momento.
La montagna solcata da torrenti di lave fumanti rumoreggiava
con un roteare continuo di massi e di scorie.
Verso
Pompei, dal cratere al cielo ,era un salir di nuvole nere
prodotte dai vapori delle lave, che ad ogni tratto si incendiavano
con guizzi di folgori come una gigantesca rete di lampi che
spiccavano sul nero del fumo, dell’immenso pino del
Vesuvio, che il vento piegava verso Ottaviano. Era quello
il tragico istante in cui i lapilli cadevano su Ottaviano
e San Giuseppe, paesi scomparsi dalla carta vesuviana.
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