Opuscolo stampato dalla Parrocchia in occasione del centenario dell'eruzione vesuviana del mese di aprile 1906.

"Quando l'ignea lava fluiva orrenda....."

Anno VI N°39 - 05 Ottobre 2008

Dal vangelo secondo Luca 23, 35-43
In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

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L'ultima domenica del tempo ordinario, come sappiamo, è riservata ogni anno alla celebrazione della solennità di Cristo Re dell'universo. È una festa la quale, per i significati e i grandi valori che essa richiama, è quanto mai adatta a concludere il cammino percorso durante l'intero anno liturgico. Il titolo di Re nell'immaginario biblico collettivo evocava una persona ideale, cioè una persona la quale doveva riassumere in sé al massimo grado le più belle qualità richieste a colui che fosse stato chiamato al compito importantissimo, arduo e delicato, del governo di un popolo (difensore della libertà dei suoi sudditi, promotore della pace e della giustizia, ecc). Applicando questo titolo a Gesù la Chiesa vuole dirci che tutte queste prerogative si realizzano in Lui al massimo grado, al di là di ogni nostra immaginazione. Collocando questa festa alla fine dell'anno liturgico vuole dirci nello stesso tempo che tutti gli insegnamenti di Gesù, che abbiamo ascoltato durante l'anno, non resteranno parola vuota, un ideale campato per aria, non finiranno nel nulla, ma si realizzeranno pienamente. L'appellativo di Re vuole evocare appunto la vittoria del vangelo sull'errore e sul male.
Ma questa festa nel pensiero della Chiesa intende riferirsi soprattutto al modo con cui viene esercitata da Gesù questa sua regalità. E qual è questa sfumatura che il Vangelo quest'anno ci vuole sottolineare? È quella di una regalità che si impone attraverso la misericordia e il perdono; ed essa traspare molto bene nel modo con cui Gesù muore sulla croce, secondo il racconto di Luca nel Vangelo di oggi. Però per capire bene questo brano dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Dobbiamo ricordare, sia pure rapidamente, tutti quegli episodi narrati da Luca attraverso i quali viene in luce un aspetto dominante della figura di Gesù: il suo grande amore per i peccatori, la sua misericordia per i più lontani da Dio, ad esempio l'episodio della peccatrice perdonata; Gesù amico dei pubblici peccatori, che accetta l'invito a pranzo con i pubblicani nonostante tutte le critiche dei cosiddetti benpensanti. È ancora Luca che ci riporta le più belle parabole della misericordia (la pecorella smarrita, la dramma perduta, il figliol prodigo) ed il toccante incontro di Gesù con Zaccheo, che si conclude con le parole che ci svelano il motivo per cui Lui è venuto sulla terra: cercare e salvare quello che era perduto.
Ora questo messaggio di Gesù, illustrato attraverso tanti episodi, raggiunge il suo vertice nella sua crocifissione. Gesù lo riconferma invocando dal Padre il perdono per coloro che lo crocifiggono («Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno») e aprendo la porta del Regno dei cieli al buon ladrone convertito («oggi sarai con me nel paradiso»).
Gesù umanamente appare qui come lo sconfitto, il fallito su tutta la linea. Eppure è proprio qui che avviene la sua vittoria, la vittoria dell'amore. È qui che si dimostra il suo immenso amore verso il Padre e verso tutta l'umanità. È attraverso la sua morte che ci ottiene la pienezza della vera vita. È attraverso la sua ubbidienza al Padre, fino alla morte di croce, che ci ricongiunge con Lui. Ed è attraverso il suo fallimento che Egli ci ottiene la forza per vincere il peccato in tutte le sue forme, in noi e attorno a noi.
Ed è proprio questo il grande messaggio che la liturgia vuole trasmetterci con il Vangelo di oggi. E il messaggio della misericordia e dell'amore di Dio ad oltranza. Ed è anche la grande lezione dell'amore che anche noi dovremmo avere verso il nostro prossimo: un amore che ci fa superare tutte le barriere, dalle più grandi alle più sottili, che possono dividerci dai nostri fratelli; un amore che sa comprendere, che sa accogliere il prossimo con tutte le sue diversità; un amore che sa coprire i difetti degli altri, che non giudica, non emargina e ancor meno vuole condannare; un amore che non si considera al di sopra degli altri, ma si immedesima con gli altri. È un amore che non vuole vincere con l'imposizione e con la forza, ma che sa perdere. Saper perdere è la cosa più difficile. Saper perdere come ha saputo perdere Gesù. Questo ovviamente non vuoi dire rinunciare a fare bene tutta la propria parte per difendere la verità e i legittimi diritti delle persone e dei gruppi sociali, ma è un fare questo con la disponibilità anche a saper perdere, lasciando a Dio l'ultima parola; lasciando alla potenza della grazia la forza di cambiare il cuore degli uomini e di costruire l'unità voluta da Gesù.

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