Anno
VI N°39 - 05 Ottobre 2008
Dal
vangelo secondo Luca 23, 35-43
In quel tempo, il popolo stava a vedere, i capi invece schernivano
Gesù dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso,
se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Anche i soldati
lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto,
e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il
re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:
«Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio,
benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché
riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto
nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati
di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In
verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
L'ultima
domenica del tempo ordinario, come sappiamo, è riservata
ogni anno alla celebrazione della solennità di Cristo Re
dell'universo. È una festa la quale, per i significati
e i grandi valori che essa richiama, è quanto mai adatta
a concludere il cammino percorso durante l'intero anno liturgico.
Il titolo di Re nell'immaginario biblico collettivo evocava una
persona ideale, cioè una persona la quale doveva riassumere
in sé al massimo grado le più belle qualità
richieste a colui che fosse stato chiamato al compito importantissimo,
arduo e delicato, del governo di un popolo (difensore della libertà
dei suoi sudditi, promotore della pace e della giustizia, ecc).
Applicando questo titolo a Gesù la Chiesa vuole dirci che
tutte queste prerogative si realizzano in Lui al massimo grado,
al di là di ogni nostra immaginazione. Collocando questa
festa alla fine dell'anno liturgico vuole dirci nello stesso tempo
che tutti gli insegnamenti di Gesù, che abbiamo ascoltato
durante l'anno, non resteranno parola vuota, un ideale campato
per aria, non finiranno nel nulla, ma si realizzeranno pienamente.
L'appellativo di Re vuole evocare appunto la vittoria del vangelo
sull'errore e sul male.
Ma questa festa nel pensiero della Chiesa intende riferirsi soprattutto
al modo con cui viene esercitata da Gesù questa sua regalità.
E qual è questa sfumatura che il Vangelo quest'anno ci
vuole sottolineare? È quella di una regalità che
si impone attraverso la misericordia e il perdono; ed essa traspare
molto bene nel modo con cui Gesù muore sulla croce, secondo
il racconto di Luca nel Vangelo di oggi. Però per capire
bene questo brano dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Dobbiamo
ricordare, sia pure rapidamente, tutti quegli episodi narrati
da Luca attraverso i quali viene in luce un aspetto dominante
della figura di Gesù: il suo grande amore per i peccatori,
la sua misericordia per i più lontani da Dio, ad esempio
l'episodio della peccatrice perdonata; Gesù amico dei pubblici
peccatori, che accetta l'invito a pranzo con i pubblicani nonostante
tutte le critiche dei cosiddetti benpensanti. È ancora
Luca che ci riporta le più belle parabole della misericordia
(la pecorella smarrita, la dramma perduta, il figliol prodigo)
ed il toccante incontro di Gesù con Zaccheo, che si conclude
con le parole che ci svelano il motivo per cui Lui è venuto
sulla terra: cercare e salvare quello che era perduto.
Ora questo messaggio di Gesù, illustrato attraverso tanti
episodi, raggiunge il suo vertice nella sua crocifissione. Gesù
lo riconferma invocando dal Padre il perdono per coloro che lo
crocifiggono («Padre, perdonali, perché non sanno
quello che fanno») e aprendo la porta del Regno dei cieli
al buon ladrone convertito («oggi sarai con me nel paradiso»).
Gesù umanamente appare qui come lo sconfitto, il fallito
su tutta la linea. Eppure è proprio qui che avviene la
sua vittoria, la vittoria dell'amore. È qui che si dimostra
il suo immenso amore verso il Padre e verso tutta l'umanità.
È attraverso la sua morte che ci ottiene la pienezza della
vera vita. È attraverso la sua ubbidienza al Padre, fino
alla morte di croce, che ci ricongiunge con Lui. Ed è attraverso
il suo fallimento che Egli ci ottiene la forza per vincere il
peccato in tutte le sue forme, in noi e attorno a noi.
Ed è proprio questo il grande messaggio che la liturgia
vuole trasmetterci con il Vangelo di oggi. E il messaggio della
misericordia e dell'amore di Dio ad oltranza. Ed è anche
la grande lezione dell'amore che anche noi dovremmo avere verso
il nostro prossimo: un amore che ci fa superare tutte le barriere,
dalle più grandi alle più sottili, che possono dividerci
dai nostri fratelli; un amore che sa comprendere, che sa accogliere
il prossimo con tutte le sue diversità; un amore che sa
coprire i difetti degli altri, che non giudica, non emargina e
ancor meno vuole condannare; un amore che non si considera al
di sopra degli altri, ma si immedesima con gli altri. È
un amore che non vuole vincere con l'imposizione e con la forza,
ma che sa perdere. Saper perdere è la cosa più difficile.
Saper perdere come ha saputo perdere Gesù. Questo ovviamente
non vuoi dire rinunciare a fare bene tutta la propria parte per
difendere la verità e i legittimi diritti delle persone
e dei gruppi sociali, ma è un fare questo con la disponibilità
anche a saper perdere, lasciando a Dio l'ultima parola; lasciando
alla potenza della grazia la forza di cambiare il cuore degli
uomini e di costruire l'unità voluta da Gesù.